Il gene rosso
11 dicembre 2009 - hop!design - Pontenure (Piacenza), dalle ore 19 alle 23. La mostra sarà aperta anche sabato 12 dicembre dalle 15 alle 19.
Con questo evento Fotofabbrica apre il settore di attività “Contemporanea”, dedicato alla progettazione e alla realizzazione di mostre fotografiche ed eventi, di breve durata e tendenzialmente itineranti.
L’obiettivo è di realizzare concretamente – oltre al processo di stampa fotografica FineArt Giclée e a quello editoriale – anche iniziative espositive e di comunicazione artistica, utilizzando location alternative rispetto agli spazi espositivi tradizionali del sistema dell’arte.
I fruitori potenziali sono i fotografi, gli artisti, i galleristi, le associazioni e i circoli fotografici, gli architetti e i progettisti di interni, i collezionisti e gli appassionati del linguaggio fotografico.
L’evento zero è imperniato sulla mostra di Annamaria Belloni “Il gene rosso”: una nuova serie di ritratti che sono il risultato di una personale ricerca su una minoranza silenziosa: alcuni scienziati hanno calcolato che alla fine di questo secolo i rossi di capelli potrebbero estinguersi, in quanto il gene che li contraddistingue, MC R1, è recessivo ed è posseduto soltanto dal 2% della popolazione mondiale, mentre i portatori “sani” di questo gene sarebbero meno del 4%.
[…] “I “rossi” di Annamaria sono volti quotidiani che ci sfiorano tutti i giorni ma su cui lei ora proietta una consapevolezza diversa, come a segnalarci che queste preziose caratteristiche a cui siamo abituati e a cui non diamo peso, sono già, senza che ce ne rendiamo conto, un patrimonio dell’umanità (e il bello è che, allargando il discorso, tutti noi potremmo essere in pericolo, tutti noi dovremmo ricevere la stessa preziosa attenzione riservata ai “rossi”…).
[…] Anche la luce e la specificità del luogo sono lì a stimolare una narrazione aperta alla diversità di ogni spettatore. Ritratti come avventure dello sguardo, incroci tra destini e consapevolezze diverse. Nessun sistema d’immagine: ogni persona un caso a parte, da rispettare in sé e per sé, e ogni soggetto una reazione imprevedibile. Quella di Annamaria è una ritrattistica mobile nonostante il posare spesso non lo sia: siamo agli anti podi dei canoni classici tramandati dalla posa in studio di origine ottocentesca e sopravvissuti, pur nei loro molteplici travestimenti, fin dentro larga parte del novecento. Il suo è un fare ritratti che va nella direzione opposta rispetto al violare quello che Barthes definiva “il diritto politico alla propria immagine”: fotografare qui è un modo di fare esperienza senza usare gli altri, anzi, tentando una condivisione sull’utilit& agrave; ancora possibile di fare ritratto in un’epoca come la nostra in cui sono proprio i tratti delle singole persone a sfumare nell’indistinto.” (Roberto Salbitani)
Annamaria Belloni vive e lavora a Piacenza, dove gestisce uno studio fotografico; si occupa prevalentemente di ritratto e paesaggio urbano, indagando sulla figura e sulla condizione dell'uomo contemporaneo. Ha esposto in numerose collettive e personali sia in Italia che all'estero ed è co-ideatore e direttore artistico di "Fotosintesi", festival internazionale di fotografia.
Il territorio d’incontro dell’evento zero sarà presso lo studio multidisciplinare di architettura, design e comunicazione hop!design, a Pontenure (Piacenza), Strada Gaeta 1B, venerdì 11 dicembre 2009 dalle ore 19 alle 23. La mostra sarà aperta anche sabato 12 dicembre dalle 15 alle 19.
“Il gene rosso”
Un servizio televisivo di qualche anno fa mi colpì particolarmente, parlava di una minoranza silenziosa, una “specie a rischio”, umana questa volta e da salvaguardare come i panda: alcuni scienziati avevano infatti calcolato che alla fine di questo secolo i rossi di capelli potrebbero estinguersi, in quanto il gene che li contraddistingue, MC R1, è recessivo ed è posseduto soltanto dal 2% della popolazione mondiale, mentre i portatori “sani” di questo gene sarebbero meno del 4%.
La loro scomparsa quindi è molto probabile, anche se in passato si sono dimostrati più forti degli altri: nel nord Europa infatti i rossi sono prosperati in condizione di scarsa luce solare, mentre la popolazione “normale” soffriva di rachitismo. Vi sono inoltre altri tratti distintivi dei rossi, come per esempio il fatto di rispondere in maniera diversa dal resto della popolazione alle anestesie ecc..
Tutto questo è dovuto al gene MC R1, che è lo stesso presente nei setter irlandesi e negli scoiattoli rossi. La maggior parte del popolo “rosso” vive in Scozia ed in Irlanda, mentre in Italia se ne incontrano relativamente pochi.
Incuriosita dalla notizia della loro prossima e probabile estinzione e da sempre interessata al ritratto, ho cercato di documentare la loro presenza fotografando tutti i rossi che incontravo, sia conoscenti che, molto più spesso, persone fermate per strada, per creare una sorta di catalogazione non schematica delle chiome rosse e dei loro “portatori”. Si tratta infatti di una “raccolta di rossi”, dove però l’attenzione si concentra anche su ogni singola persona, niente di schematico, appunto, niente foto-tessera. Mi hanno colpito i loro sguardi attenti, quasi consapevoli (anche in tenera età) del fatto di essere sempre più rari, e dunque sempre più speciali.
Ma purtroppo, si sa, il fatto di essere in qualche modo “diversi” dalla moltitudine, solo per colore della pelle o in questo caso dei capelli, crea a volte anche qualche disagio, e spesso, forse in maggior misura in altri paesi piuttosto che qui in Italia, anche i rossi sono stati oggetto di scherno….(basti pensare ad alcuni episodi di bullismo riportati ultimamente dai quotidiani inglesi o a un recente gruppo creato su facebook proprio contro i rossi).
Per questo motivo ho voluto allargare la mia indagine da un punto di vista sociale allegando alle fotografie un brevissimo testo, scritto dagli stessi soggetti fotografati, sul significato dell’ ”essere rosso”: anche attraverso un solo pensiero si può intuire come una “minoranza”, per di più in via di estinzione, veda se stessa e come pensi di essere percepita dagli altri.
E’ nata quindi una ricerca che mi ha coinvolto non solo dal punto di vista fotografico e la sintesi a cui credo di essere arrivata è che esista una sorta di “orgoglio rosso”, una consapevolezza del fatto che non essere omologati alla massa (non per scelta, ma non importa) sia comunque un fatto di cui andare fieri perché, come qualcuno di loro ha scritto, “la diversità è un’arte”.
Annamaria Belloni
Il gene di Annamaria
Questa nuova serie di ritratti di Annamaria Belloni sono il risultato di una personale ricerca condotta su persone dai capelli rossi (ma che hanno naturalmente delle specificità che vanno al di là della tinta rossa dei capelli e del biancore della pelle, come la stessa autrice suggerisce). Un segmento di umanità ben individuabile in termini visivi che sembra ipotizzare una natura e dei caratteri suoi propri, differenziati rispetto al resto maggioritario della popolazione. Questo criterio selettivo adottato consente all’autrice di ritagliarsi delle linee guida utilissime quando si pensi che il genere ritrattistico spesso naufraga nell’oceano qualunquistico del “più ne ha, più ne metta”.
[…] Che l’aspetto antropologico della ricerca non abbia le velleità di una rigorosa indagine di tipo scientifico non sono solo i risvolti emozionali che hanno questi timbri cromatici a suggerircelo. In queste immagini a me pare che emozione e ragione, immediatezza della reazione sensibile e pacata formulazione razionale, entrino in un sano conflitto. Soprattutto quando si tratta di ritratto, quando richiediamo ad un altro di alzare per un attimo la sbarra al confine tra la sfera pubblica e quella privata (nessuno di noi sa bene quando finisce la prima ed inizia la seconda) – giocandoci tutto in una frazione di tempo, sempre con il timore di eseguire male uno spartito che non conosciamo, sempre in attesa di una rivelazione impossibile – la decisione se scegliere quel preciso momento è quasi sempre messa in dubbio dal sopravvenire di quello dopo. Questo Annamaria lo sa bene visto che sembra sempre lasciare aperto il campo all’irrompere libero delle espressioni “dell’ultimo istante”: i criteri di pianificazione e di omogeneizzazione razionale dei risultati, che sono sempre stati in passato la principale preoccupazione dei ritrattisti, sono qui continuamente rimessi in discussione. Se c’è una costante nel dispiegarsi scenografico di questa serie, essa sembra derivare dal fiducioso affidarsi alle sensazioni del momento, provenienti dai corpi, certo, ma anche dai luoghi, dagli ambienti entro cui ha trovato i suoi “animali in via di estinzione”.
È la colorazione ambientale diffusa ad integrare il ritratto, quelle interazioni tra l’ora speciale del giorno e le fiammeggianti illuminazioni degli interni, e l’altrettanto delicata aura che emanano i corpi. Gli spazi hanno una loro identità che aiuta a contestualizzare le sfuggenti identità delle persone, e sono strumentali nel proiettare su di loro una possibile chiave interpretativa. La quale, a mio parere, conserva comunque un alone di indefinibilità che lascia libero lo spettatore. I “rossi” di Annamaria sono volti quotidiani che ci sfiorano tutti i giorni ma su cui lei ora proietta una consapevolezza diversa, come a segnalarci che queste preziose caratteristiche a cui siamo abituati e a cui non diamo peso, sono già, senza che ce ne rendiamo conto, un patrimonio dell’umanità (e il bello è che, allargando il discorso, tutti noi potremmo essere in pericolo, tutti noi dovremmo ricevere la stessa preziosa attenzione riservata ai “rossi”…). […]
Ancora una volta la fotografia viene assunta per la sua capacità di testimonianza : mostra ciò su cui l’occhio abitudinario e disattento normalmente sorvola (anche perché dirige la sua attenzione solo su ciò che sa). In particolare, per un ritrattista, per una ritrattista, si apre la sfida infinita con ciò che è possibile intravedere al di là dell’apparenza immediata, servendosi della provocazione della posa, nell’eventualità che un confronto più o meno serrato con il soggetto costringa in qualche modo la sua “anima” ad uscire allo scoperto (per “anima” qui intendiamo semplicemente l’essenza di un carattere, di una interiorità portata alla luce nonostante le sue
difese, con cui si fa schermo davanti ad uno sconosciuto). Nel caso di Annamaria non mi pare proprio che ci sia la presunzione di snidare le componenti più invisibili di una personalità - sono spesso persone fermate per strada - quanto di fornire un veloce proscenio dove loro possano affacciarsi così come appaiono in quel
momento. Talvolta riesce talmente a minimizzare le complicazioni e gli imbarazzi inerenti al rituale della posa da farla sembrare una non-posa, un “eccomi qua come sono”, altre volte inevitabilmente i soggetti alzano le loro cortine che la ritrattista comunque sembra accettare come un dato di fatto altrettanto veritiero rispetto a quanto si è inscenato. In ogni caso la lente registra sempre qualcosa che l’impressionabile occhio umano non arriva a distinguere.
Ecco, se vogliamo dirla tutta al di là delle nostre umanissime suggestioni e proiezioni sugli altri, possiamo solo essere sicuri che la lente ci rivelerà qualcosa che, pur essendo visibile a noi che eravamo lì, non avevamo visto. […]
Anche la luce e la specificità del luogo sono lì a stimolare una narrazione aperta alla diversità di ogni spettatore. Ritratti come avventure dello sguardo, incroci tra destini e consapevolezze diverse. Nessun sistema d’immagine : ogni persona un caso a parte, da rispettare in sé e per sé, e ogni soggetto una reazione imprevedibile. Quella di Annamaria è una ritrattistica mobile nonostante il posare spesso non lo sia : siamo agli antipodi dei canoni classici tramandati dalla posa in studio di origine ottocentesca e sopravvissuti, pur nei loro molteplici travestimenti, fin dentro larga parte del novecento. Il suo è un fare ritratti che va nella direzione opposta rispetto al violare quello che Barthes definiva “il diritto politico alla propria immagine” : fotografare qui è un modo di fare esperienza senza usare gli altri, anzi, tentando una condivisione sull’utilità ancora possibile di fare ritratto in un’epoca come la nostra in cui sono proprio i tratti delle singole persone a sfumare nell’indistinto.
Roberto Salbitani
Roma 19 novembre 2009